martedì 8 aprile 2008

UN GAUDÌ IN PREDA AD ALLUCINOGENI

Il turista frettoloso e distratto, fedele al pacchetto predisposto dall’agenzia, che si recasse alle pendici del Vesuvio o del Monte Somma per ammirare il vulcano e ciò che resta dell’antico cratere, troverebbe, oltre all’immancabile pizza e allo spaghetto sciouè-sciouè, una vasta e ininterrotta periferia, con moderni edifici che si innalzano, come rapaci voraci, su fondamenta di antiche dimore rurali, incompleti, con gli immancabili cordoli in cemento armato, solai e tompagnature che fanno bella mostra di sé, privi di intonaco ed infissi, vere opere aperte.
Gli addetti ai lavori di restauro, dal canto loro, ragionano e operano come se i centri urbani fossero costituiti solo di cattedrali e campanili di pietra, che richiedono interventi di pura conservazione. I tessuti urbani, invece, sono fatti di case, sale, stanze, forni e cucine e, com’è noto, questi luoghi, dove la maggior parte delle persone vive, lavora e dorme, sono soggetti ad una infinita serie di modifiche e adeguamenti che ne provocano spesso la distruzione. Quest’ultima ipotesi, mi sembra, calzi a pennello per descrivere ciò che nel dopoguerra è accaduto al nostro territorio.
Il sempre pericoloso e nostalgico desiderio del passato, impietosamente, ci ha mostrato, sotto forma di immagini d’epoca in stile Alinari vendute alle edicole, un territorio che, fino alla seconda grande guerra, conservava una sua unitarietà, proporzioni edificate che ci avrebbero fatto vivere ampi e ben dimensionati spazi pubblici, palazzotti che ponevano in risalto le loro forme, dignitose ed eleganti. Poi lo scempio. Sistematico e brutale. Che in nome di una male interpretata disciplina dell’International Style ha di fatto snaturato le tradizioni locali, reso impossibile la vita cittadina, innescato la gelosia nei confronti di quelle cittadine dell’Italia centrale il cui carattere di unitarietà, tenacemente difeso, è oggi assurto a patrimonio dell’umanità, erroneamente associato a tradizioni civiche ben più radicate delle nostre. Eppure basterebbe visitare Erice in provincia di Trapani per rendersi conto che certe realtà non dipendono da una collocazione geografica che ne abbia favorito felici momenti storici.
Non è una questione storica ma, più semplicemente, una questione di uomini. Uomini che fanno e sono la storia. Uomini sbagliati al posto sbagliato o — e sarebbe meglio — uomini giusti al posto giusto. La propaganda strumentale al malaffare, che non ha età né bandiere, ci mostra strumenti urbanistici e vincoli territoriali come dighe invalicabili, mostri cavillosi e infidi impossibili da contrastare. Ed il magico pifferaio dell’abusivismo edilizio, gongolando, ci indica la retta via da seguire come i topi della fiaba: cementificare il più possibile, in spregio alle elementari regole del buon senso, senza distinguere l’abuso puramente amministrativo dall’abuso totale (dalle norme di sicurezza alla corretta proporzione di armature nelle strutture). E così vengono lasciate passare occasioni irripetibili di finanziamenti comunitari che, per l’attuazione di programmi urbanistici (in particolar modo di recupero urbano) mettono a disposizione ingenti somme di denaro. Finanziamenti accolti a braccia aperte altrove — neanche tanto lontano — dove sono riconosciuti per ciò che effettivamente rappresentano: una fonte di ricchezza ed un’occasione per recuperare l’antico mecenatismo, sì da lasciare alle generazioni future un ricordo migliore dello scempio sistematico del territorio.
Era l’inverno del 1986. Giovane studente di architettura mi scoprii stupito nell’incontrare il visitatore forestiero che mi chiedeva se, per caso, vi fosse in San Giuseppe Vesuviano “qualcosa da visitare”. Cose da visitare per cui valeva la pena di fermarsi a San Giuseppe Vesuviano.
Nulla?

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Un blog da seguire che s'inaugura con un bell'articolo tanto amaro quanto condivisibile.
Benvenuto!

zeus ha detto...

Benvenuto fra i bloggers!
Bell'articolo in bello stile, come al solito.