mercoledì 23 aprile 2008
I MIEI PRIMI QUARANT'ANNI
La strada non ha ancora marciapiedi.
La strada non ha ancora segnaletica.
La strada.
In compenso tutto intorno è diventato una fogna.
Quarant'anni dalla parte del torto...
lunedì 21 aprile 2008
COME QUALIFICARE (RIQUALIFICARE!) UN TERRITORIO

Che cosa aspettiamo così riuniti sulla piazza?
Stanno per arrivare i Barbari oggi.
Perché un tale marasma al Senato?
Perché i Senatori restano senza legiferare?
E’ che i barbari arrivano oggi.
Che leggi voterebbero i Senatori? Quando verranno, i Barbari faranno la legge.
Perché il nostro Imperatore, levatosi sin dall'aurora,
siede su un baldacchino alle porte della città,
solenne e con la corona in testa?
E' che i Barbari arrivano oggi.
L'Imperatore si appresta a ricevere il loro capo.
Egli ha perfino fatto preparare una pergamena
che gli concede appellazioni onorifiche e titoli.
Perché i nostri due consoli e i nostri pretori sfoggiano la loro rossa toga ricamata?
Perché si adornano di braccialetti d'ametista e di anelli scintillanti di brillanti?
Perché portano i loro bastoni preziosi e finemente cesellati?
E' che i Barbari arrivano oggi e questi oggetti costosi abbagliano i Barbari.
Perché i nostri abili retori non perorano con la loro consueta eloquenza?
E' che i Barbari arrivano oggi. Loro non apprezzano le belle frasi né i lunghi discorsi.
E perché, all'improvviso, questa inquietudine e questo sconvolgimento?
Come sono divenuti gravi i volti!
Perché le strade e le piazze si svuotano così in fretta
e perché rientrano tutti a casa con un'aria così triste?
E' che è scesa la notte e i Barbari non arrivano.
E della gente è venuta dalle frontiere dicendo che non ci sono affatto Barbari...
E ora, che sarà di noi senza Barbari?
Loro erano comunque una soluzione.
(K. Kavafis, Aspettando i Barbari, 1908)
giovedì 17 aprile 2008
COME RIQUALIFICARE (QUALIFICARE!) UN TERRITORIO
Opinione diffusa è che i guasti provocati dall’abusivismo edilizio siano responsabili del caos, delle carenze, della disorganicità, della “frammentarietà” del nostro territorio. Troppi aggettivi per un solo sostantivo. A ben guardare infatti, emerge un insieme affatto differente.
Osservando i nostri spazi pubblici per quelli che sono — se per un attimo provassimo ad osservarli senza guardare il panorama edilizio privato — finiremo con l’accorgerci che gli aggettivi adoperati per il territorio tout-court sarebbero ancora validi, anzi assumerebbero maggiore forza. Gli spazi pubblici cioè, si mostrerebbero come realmente sono: caotici, carenti, disorganici, frammentari! Spazi privi delle più elementari caratteristiche che li connotino “spazi pubblici”, dalle forme alle attrezzature, dai materiali alle caratteristiche costruttive.
Dentro di noi comincerebbe a farsi largo un sentimento diverso, si delineerebbero le motivazioni che hanno generato l’assunto iniziale nella loro effettiva forma di alibi fatto apposta per chi non riesce e non vuol vedere. L’abusivismo edilizio è uno degli aspetti del problema, ma purtroppo non è l’unico, anzi è spesso una cartina di tornasole utile per deviare il discorso prima che divenga sconveniente. Il territorio antropizzato è, nella sua espressione più ampia, la sintesi degli spazi pubblici e degli spazi privati, ma, mentre alla fruizione dell’insieme costruito gli spazi pubblici concorrono in tutti i loro aspetti, l’edificato privato partecipa soltanto con tutto ciò che è a diretto contatto con gli spazi pubblici, ovvero con l’aspetto esteriore del costruito, con le facciate, le cancellate, gli spazi antistanti i fabbricati. Laddove questa sintesi avviene in perfetta armonia percepiamo ambienti sereni, completi, organici, continui. L’intervento pubblico nella qualificazione del territorio è quindi di fondamentale importanza: per la sua efficacia diretta — che si sostanzia nella trasformazione e nella manutenzione degli spazi pubblici — e indiretta — che si sostanzia nel valore pedagogico e di indirizzo che gli spazi pubblici hanno nei confronti di quelli privati —. L’azione delle amministrazioni non può trascurare questo suo compito attraverso interventi capillari e puntuali, spesso minimi.
Ognuno di noi nell’immaginare la sua dimora parte dai propri bisogni, ovvero tenta di organizzare gli spazi della propria abitazione in funzione delle sue proprie esigenze.
Lo stesso principio deve seguire una comunità: organizzare la propria “dimora” in funzione delle esigenze della collettività. Ma qual’è la dimora di una comunità? Quali le sue esigenze?
La dimora della collettività non è nient’altro che l’insieme degli spazi e degli edifici pubblici, tutto quello che normative apparentemente quantitative definiscono “standards” ponendo in proporzione diretta ed inequivocabile la quantità di tali spazi con il numero e le qualità della popolazione, in modo da far convergere l’insieme degli spazi pubblici con le esigenze della collettività. Le esigenze della collettività sono quindi di natura spaziale e rappresentativa oltre che infrastrutturale; sono le strade, i marciapiedi, i monumenti, le piazze, le panchine, il verde, le alberature, le pensiline, le edicole informative, oltre agli edifici pubblici, ai parcheggi, alle reti, alle fognature. Ed è di questo che il nostro territorio sente impellente bisogno, di interventi puntuali ma con una forte visione di insieme per armonizzare il tutto senza creare ulteriori elementi di confusione. Senza contare che perseguendo tale obbiettivo si sensibilizzano i cittadini ad adeguare il livello qualitativo dei loro fabbricati, innescando l’effetto indiretto della azione amministrativa.
Con un monito. Non basta asfaltare un percorso per trasformarlo in strada.
Davvero Ricco questo Paese del Terzo Mondo.
venerdì 11 aprile 2008
LEGALITÀ E DIRITTI: ASPETTI E PROBLEMI NELLA STORIA DEL MEZZOGIORNO DURANTE IL SESSANTENNIO REPUBBLICANO
Il Centro Studi per la Ricerca e la Didattica della Storia “Francesco Daniele” e la Sezione dell’ICSR “Vera Lombardi” di Caserta, nell’ambito delle azioni di Educazione alla Legalità del Progetto “Caserta PoliSicura”, organizzano un Convegno Nazionale, valido anche come Corso di Aggiornamento per il personale docente delle scuole primarie e secondarie interessato, sul tema. Il Convegno, che si terrà a Caserta, il 22 ed il 23 aprile 2008, presso la Facoltà di Scienze della Seconda Università di Napoli, intende approfondire, attraverso il contributo di studiosi e storici, la conoscenza ed il confronto sui principali aspetti delle trasformazioni e degli assetti delle regioni meridionali nella seconda metà del ‘900 in relazione, in particolare, alle questioni della legalità, delle conquiste sociali, della fruizione reale dei diritti e della criminalità organizzata.
Sede, orari e programma completo sul blog di Aldo Vella.
martedì 8 aprile 2008
UN GAUDÌ IN PREDA AD ALLUCINOGENI
Gli addetti ai lavori di restauro, dal canto loro, ragionano e operano come se i centri urbani fossero costituiti solo di cattedrali e campanili di pietra, che richiedono interventi di pura conservazione. I tessuti urbani, invece, sono fatti di case, sale, stanze, forni e cucine e, com’è noto, questi luoghi, dove la maggior parte delle persone vive, lavora e dorme, sono soggetti ad una infinita serie di modifiche e adeguamenti che ne provocano spesso la distruzione. Quest’ultima ipotesi, mi sembra, calzi a pennello per descrivere ciò che nel dopoguerra è accaduto al nostro territorio.
Il sempre pericoloso e nostalgico desiderio del passato, impietosamente, ci ha mostrato, sotto forma di immagini d’epoca in stile Alinari vendute alle edicole, un territorio che, fino alla seconda grande guerra, conservava una sua unitarietà, proporzioni edificate che ci avrebbero fatto vivere ampi e ben dimensionati spazi pubblici, palazzotti che ponevano in risalto le loro forme, dignitose ed eleganti. Poi lo scempio. Sistematico e brutale. Che in nome di una male interpretata disciplina dell’International Style ha di fatto snaturato le tradizioni locali, reso impossibile la vita cittadina, innescato la gelosia nei confronti di quelle cittadine dell’Italia centrale il cui carattere di unitarietà, tenacemente difeso, è oggi assurto a patrimonio dell’umanità, erroneamente associato a tradizioni civiche ben più radicate delle nostre. Eppure basterebbe visitare Erice in provincia di Trapani per rendersi conto che certe realtà non dipendono da una collocazione geografica che ne abbia favorito felici momenti storici.
Non è una questione storica ma, più semplicemente, una questione di uomini. Uomini che fanno e sono la storia. Uomini sbagliati al posto sbagliato o — e sarebbe meglio — uomini giusti al posto giusto. La propaganda strumentale al malaffare, che non ha età né bandiere, ci mostra strumenti urbanistici e vincoli territoriali come dighe invalicabili, mostri cavillosi e infidi impossibili da contrastare. Ed il magico pifferaio dell’abusivismo edilizio, gongolando, ci indica la retta via da seguire come i topi della fiaba: cementificare il più possibile, in spregio alle elementari regole del buon senso, senza distinguere l’abuso puramente amministrativo dall’abuso totale (dalle norme di sicurezza alla corretta proporzione di armature nelle strutture). E così vengono lasciate passare occasioni irripetibili di finanziamenti comunitari che, per l’attuazione di programmi urbanistici (in particolar modo di recupero urbano) mettono a disposizione ingenti somme di denaro. Finanziamenti accolti a braccia aperte altrove — neanche tanto lontano — dove sono riconosciuti per ciò che effettivamente rappresentano: una fonte di ricchezza ed un’occasione per recuperare l’antico mecenatismo, sì da lasciare alle generazioni future un ricordo migliore dello scempio sistematico del territorio.
Era l’inverno del 1986. Giovane studente di architettura mi scoprii stupito nell’incontrare il visitatore forestiero che mi chiedeva se, per caso, vi fosse in San Giuseppe Vesuviano “qualcosa da visitare”. Cose da visitare per cui valeva la pena di fermarsi a San Giuseppe Vesuviano.
Nulla?

