giovedì 12 novembre 2009

"LIBERA" PROFESSIONE...

Tasse, tortura cinese del contribuente onesto
di Giampiero Mughini
Stamane la mia gentile postina m’ha dato il buongiorno. Una raccomandata dell’Agenzia delle Entrate da cui risulta che sulla liquidazione che mi aveva versato Panorama nel 2005 devo ancora al fisco 3000 euro. Mi fanno un conteggio in cui spiegano euro per euro: non c’è dubbio che devo pagare e non c’è dubbio che pagherò entro i 30 giorni previsti dalla legge. Ci mancherebbe altro.
Certo è che il cammino del contribuente onesto tra novembre e dicembre non è che sia tanto meno penoso che quello di Cristo sul Golgota. Mi viene da ridere quando sui giornali, e una volta che ci avviciniamo al pagamento delle tredicesime, appaiano dei grandi articoloni su come gli italiani spenderanno la loro tredicesima. Per quanto mi riguarda, la tredicesima della mia pensione servirà a pagare qualche briciola delle tasse che incombono sul mio lavoro autonomo. Nulla di personale. E’ la legge, è la legge fiscale. O, più precisamente, quella che per il contribuente onesto è una tortura cinese. (Una tortura cui la buona parte degli italiani si sottraggono con un’evasione che sta tra il 30 e il 40 per cento del prodotto nazionale lordo annuo.)
Vi racconto come stanno le cose. Spero di non annoiarvi. E del resto molti di voi hanno una partita Iva e sanno a puntino di quale supplizio si tratti. A proposito di partita Iva io sono uno di quelli che versano l’Iva ogni mese, e dunque non oltre 20-30 giorni da quando ho emesso fattura. Faccio una prestazione il 20 del mese, emetto fattura per come sono obbligato a fare, pago l’Iva il 16 del mese successivo, e dunque 26 giorni dopo. Oggi, e se proprio ti va bene, una fattura ti viene pagata a 60-70 giorni della sua emissione. Se ti va male, dopo quattro-cinque mesi.
Le grandi aziende pagano i loro fornitori anche a sei-otto mesi. Di tutto questo, un andazzo che la crisi ha aggravato e reso drammatico, il fisco se ne infischia altamente e i soldi li vuole subito, anche se quei soldi non li hai visti né da vicino né da lontano. Lunedì prossimo, il 16 novembre, pagherò il mio rateo mensile Iva. Nel frattempo sto supplicando quelli cui ho intestato le mie ultime fatture di pagarmi. Umiliante? Sì, umiliante.
Passeranno pochi giorni e il 30 novembre è la volta dell’acconto Irpef e dell’acconto Irap sui redditi del 2009. Qualche giorno più tardi dell’Ici sul mio studio professionale, le stanze dove tengo il mio computer e i miei libri. E’ un bagno di sangue, coi tempi che corrono. Andrò in rosso in banca, non è la fine del mondo. Passeranno pochi giorni e il 16 dicembre sarà la volta del nuovo rateo mensile dell’Iva, e dunque di altra Iva non ancora incassata e che lo Stato vuole maledetta e subito. Ma il peggio deve ancora venire.
Undici giorni dopo, il 27 dicembre, bisogna pagare l’acconto Iva sulle fatture emesse in dicembre. Il che significa su soldi di cui non hai sentito neppure l’odore, su un reddito di cui ancora non ti è entrato in tasca un centesimo. E’ un prestito usuraio all’incontrario che fai allo Stato, un prestito in cui l’usurario è chi lo incassa, un prestito a tasso zero che serve allo Stato a pagare le pensioni di invalidità, i ricchi stipendi di consiglieri regionali e provinciali che non servono a nulla, i contributi a quotidiani di partito che nessuno legge, a mantenere in vita enti divenuti inutili da mezzo secolo ma anche a fare delle cose buone: l’assistenza sanitaria ai poveri, la cassa integrazione a chi ha perduto il lavoro.
Quei soldi li chiederò alla mia banca, di certo pagherò tutto e subito. Ci mancherebbe altro. Facessi diversamente, come potrei scrivere il mio prossimo articolo sulla tortura cinese del contribuente onesto, sulla vergogna di uno Stato che vessa il lavoro produttivo?

10 novembre 2009

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