giovedì 5 gennaio 2017

SCARTI

I territori vivono un fenomeno nuovo, quello di trovarsi pieni di vuoti: molti sono i luoghi abbandonati quali caserme, fabbriche e capannoni industriali dismessi, cinema chiusi, stazioni, negozi, abitazioni, uffici, ex scuole, così come gli spazi ultimati e mai utilizzati... Luoghi disabitati che pongono la questione di individuarne nuove funzioni d’uso (anche temporanee) attraverso nuove progettazioni.
La sfida è individuare le condizioni affinché questi spazi tornino ad essere luoghi significativi per le comunità locali, per farne occasioni di sviluppo.
L’ipotesi è che questi spazi possano essere riempiti di talento, competenze, intelligenze, passioni e che, con coraggio, questi luoghi diventino dei “laboratori di innovazione sociale”. Possono nascere così degli open space, intesi come spazi di contaminazione, che producano nuove offerte culturali e sociali per e con la comunità locale, contribuendo ad una nuova “economia creativa”. In questi luoghi, dal basso, si può divenire quindi produttori di nuove “culture”, confrontandosi e contaminandosi con il territorio, contribuendo allo sviluppo locale.
Alterità VS Multimedialità: la seconda vita degli edifici.
Nella progettazione urbana, la resilienza è la capacità di un territorio, di un tessuto urbano o persino di un singolo complesso immobiliare, di rilevanti o anche contenute dimensioni, di auto-ripararsi dopo un danno subito ovvero di una comunità o di un sistema ecologico di ritornare al loro stato iniziale o, addirittura, di evolvere dopo essere stati sottoposti a una perturbazione che li ha allontanati da quello stato di costrizione.
La resilienza può essere favorita e alimentata da politiche attive, territoriali e urbanistiche, che innalzino tale capacità, determinando contesti spaziali in grado di meglio reggere e incisivamente respingere gli effetti materiali e immateriali di crisi economiche, sociali, ambientali, climatiche e geologiche, arginandole e traendo da essere energia per il loro superamento.
La rigenerazione urbana costituisce la fase evolutiva della trasformazione urbana. Mentre quest’ultima si basa prepotentemente sugli aspetti fisico-infrastrutturali e sulla loro capacità dirompente degli scenari edilizi e degli assetti urbanistici precostituiti, la prima, pur non rigettandoli, non li ritiene esclusivi dell’azione amministrativa e tecnica di governo del territorio.
La maggiore attenzione che essa pone è, infatti, orientata al recupero capillare dei tessuti urbani attraverso progetti micro-rigenerativi della città, del territorio e delle singole loro parti, anche di piccola e piccolissima dimensione spaziale, nel quadro di coerenze generali e obiettivi unitariamente comprensibili e condivisibili dalle popolazioni insediate.
Non solo contenitori ma contenuti economici devono costruire i quadri strategici di intervento nella città consolidata del recupero – sia del patrimonio alto (edilizia storica) che del patrimonio basso (edilizia corrente) – piuttosto che del consumo di nuovo suolo.
Ogni sito deve essere capillarmente sottratto all’abbandono, all’incuria, all’indifferenza, alla dissoluzione della memoria.
Ogni sito deve diventare luogo vissuto, capace di svolgere una funzione sociale, economica e produttiva.
Ogni sito deve diventare momento di presidio di volontà e suggestioni orientate al lavoro e alla costruzione di futuri, individuali e collettivi.
Ogni sito deve diventare oggetto di tutela attiva del fruitore, nelle vesti mutuabili di produttore e di consumatore.
Ogni sito deve determinare nuove e più solide coerenze con i contesti di partenza e con gli assetti programmati.
Gli spazi urbani e architettonici in cui viviamo sono malati, insani, affetti da disfunzionalità che solo una ben orientata cultura del riuso può sanare: il lavoro su ciò che già c’è, su ciò che è materia del nostro paesaggio quotidiano.
A favore di una cultura del recupero volta alla valorizzazione di tutte le risorse disponibili sul territorio.